A GAME OF GHOSTS

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Questo argomento contiene 1 risposta, ha 2 partecipanti, ed è stato aggiornato da  GBMax 3 anni, 8 mesi fa.

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    Ciao a tutti!

    Qualche sera fa mi sono trovato con il nostro GBMax a fare una bella chiacchierata dalla quale sono emerse un po’ di riflessioni sparse. Qui ho cercato di dare loro un ordine. Per chi avrà la pazienza di dargli un’occhiata, mi piacerebbe sapere che cosa ne pensate.
    Amo e conosco i Ghostbusters fin da quando avevo sei anni.
    Una grande opera è tale quando ha più livelli di lettura, una storia che, da piccolo, ti colpisce per qualcosa; poi cresci e continui ad amarla per gli stessi motivi, ma scopri che sotto la superficie c’è molto altro. Poi cresci ancora un po’, raccogli qualche informazione e scopri che, ancora più a fondo, ci sono mille altre cose da amare alle quali non avevi neanche pensato. Ecco, questo è “Ghostbusters”: una scoperta continua, un gioiello che va molto al di là delle battute imparate a memoria e delle scene che si crede di conoscere come le proprie tasche.

    Per prima cosa, però, è una commedia, la storia di quattro improbabili eroi che diventano tali senza prendersi mai sul serio, quattro folli che vanno ad affrontare un dio sumero con delle bombe atomiche sulle spalle e che, nell’ora più buia, riescono ancora a sfottere quella divinità furiosa e a ridere (e a far ridere) del fatto che, con ogni probabilità, nessuno di loro uscirà vivo da quel confronto.

    Da quando mi sono iscritto a Ghostbusters Italia, ho imparato molte cose nuove sul film e sulla sua gestazione. E ancora di più, da quando ho iniziato a lavorare a “REAL!”, il mio sogno d’infanzia, ho avuto modo di confrontarmi con persone che condividono questa mia passione ai quattro angoli del globo. Nell’ultimo anno in particolare, però, ho rilevato una tendenza crescente a muoversi nella direzione opposta a quella pensata da Dan Aykroyd, Harold Ramis e Ivan Reitman: la direzione dell’astio, delle fazioni in lotta, neanche fossimo cosplayer de “Il Trono di Spade”. Con l’annuncio dell’ormai imminente reboot, poi, la cosa si è intensificata esponenzialmente e ho avuto la netta sensazione che la maggior parte dei numerosissimi fan club sparsi in giro per il mondo fosse sul piede di guerra, spesso l’uno contro l’altro.

    Così è iniziata (ma forse c’è sempre stata) un’assurda “gara a chi ha la proton gun più lunga”, con dei fan che pubblicavano sui social notizie, video e immagini delle loro attività e altri fan che le liquidavano con sufficienza, se non addirittura con sdegno. Ho letto post furiosi di fan pronti a insultare delle ragazzine perché avevano osato farsi fotografare con le uniformi del reboot. Ho letto commenti ad alcuni fan video (anche ad alcuni dei nostri) pieni di improperi solo perché i filmati erano sottotitolati in inglese ma recitati in una lingua diversa. Ho visto fan che pubblicavano fieramente le foto del loro zaino protonico, messo insieme dopo mesi di lavoro appassionato, venire presi in giro perché le misure non erano accurate o perché i materiali usati erano troppo casalinghi. E così via, in una sarabanda di variazioni sul tema “Sono meglio io/ io sono più Ghostbuster di te”.

    Ecco. A tutte queste persone vorrei ricordare che, per la stragrande maggioranza di noi, il primo zaino protonico è stato un fustino di detersivo o un aspirapolvere. Ancora di più, vorrei ricordare che a uno dei nostri quattro beniamini del film non frega un accidenti di niente di tutta questa roba di fantasmi, ma che se c’è lo stipendio fisso, crede in tutto quello che gli si dice. E che è stato accolto senza referenza alcuna nella squadra, al punto che quelli che erano i suoi datori di lavoro, sono diventati suoi amici.

    Anche e soprattutto questo è “Ghostbusters”: amicizia, far tesoro delle peculiarità di ognuno, anche delle più apparentemente inadeguate, perché nessuno è più inadeguato dei Ghostbusters. È questo che li rende unici: il loro essere totalmente fuori dalla realtà. Ray col suo entusiasmo fanciullesco, Egon con la sua irresistibile estraneità alle emozioni, Peter con la sua incompetenza truffaldina che gli permette sempre di cadere in piedi, Winston col suo sguardo da uomo comune, il suo senso pratico, Janine con quell’aria da persona che preferirebbe sempre trovarsi da tutt’altra parte. E alla fine della fiera, sono loro a salvare il mondo: degli outsider, dei nerd, tre ricercatori cacciati a calci dall’università. Dei perdenti, si sarebbe tentati di dire, ma qui cito Harold Ramis: «I miei personaggi non sono perdenti. Sono ribelli. Vincono attraverso il loro rifiuto di giocare secondo le regole degli altri».

    È questo che troppo spesso ci si dimentica o si fraintende, nel voler impersonare i nostri eroi o nel proporci come eredi della loro fruttuosa impresa di disinfestazione: li si circonda di un’aura di epicità che assolutamente non appartiene loro. È chiaro che sono fighissimi e irresistibili, ma l’impressione è che troppi fan li rendano inconsciamente più simili agli Avengers o ai Cavalieri Jedi che agli Acchiappafantasmi.

    Vedo questo alla base di tanta acredine tra persone che dovrebbero condividere la stessa passione, una sorta di implicito “Io possiedo la Verità. I Ghostbusters sono roba mia. Come osi, tu, violare il loro Codice?”

    Di quale Codice stiamo parlando? A quale comandamento ci riferiamo, quando ci indigniamo così profondamente? A «Mostriamo alla troia preistorica come si lavora in assessorato»? a «PIGLIALA!»? Oppure a «Colleziono spore, muffe e funghi»?

    Tutto questo mi fa un po’ ridere, ma mi fa anche tristezza. Quello che trovo triste è che un atteggiamento simile rende difficile (se non impossibile) il divertimento, che dovrebbe essere l’unico vero presupposto di tutto quello che facciamo. Siamo Ghostbusters, maledizione. Siamo completamente pazzi! Spengler, Venkman, Stantz e Zeddemore riuscivano a divertirsi anche un attimo prima di incrociare i flussi! È chiaro, ci teniamo tutti a essere screen-accurate, belli e pieni di marchingegni, ma se al nostro primissimo tentativo di zaino protonico (torno al fustino di detersivo e all’aspirapolvere) ci fossimo sentiti dire “Ma dove vai con quello schifo? Vergognati!”, probabilmente molta della nostra passione sarebbe morta in quel momento.

    Per non parlare delle opinioni generali!
    «Sono curioso di vedere questo reboot».
    «Eretico! Sparati in fronte! Quelli come te sono la rovina dei fan di Ghostbusters».
    Oppure
    «Mamma mia… A me ‘sto reboot non mi convince proprio».
    «E allora muori, infame! Non andare al cinema a vederlo, ma piantala di scrivere vaccate su un film che non è ancora uscito».
    Ecco. Calma. L’opinione di ciascuno è sacrosanta ed è giustissimo esprimerla, ma le cose sarebbero tanto più godibili per tutti se non facessimo di ogni cosa una crociata personale.
    Impariamo a rispettarci l’un l’altro come i nostri quattro eroi facevano tra loro. Quattro personalità apparentemente inconciliabili, quattro approcci radicalmente diversi alla stessa materia. Quattro amici.
    Essere infelici e trattare il prossimo come mota è sacrosanto diritto di ogni Newyorkese, siamo d’accordo, ma l’abbiamo visto tutti a cosa porta. A momenti di melma.

    JEWS AND BERRIES

    http://followthetwinkie.wix.com/real

    #18103

    Analisi splendida Edo_Spengler, che ci ricorda il senso della nostra passione.

    Per prima cosa, però, è una commedia, la storia di quattro improbabili eroi che diventano tali senza prendersi mai sul serio, quattro folli che vanno ad affrontare un dio sumero con delle bombe atomiche sulle spalle e che, nell’ora più buia, riescono ancora a sfottere quella divinità furiosa e a ridere (e a far ridere) del fatto che, con ogni probabilità, nessuno di loro uscirà vivo da quel confronto.

    Speriamo di realizzare al più presto tutti insieme la documentazione, unica in Italia e all’estero, sulla cultura del film e di ciò che ha determinato nella storia cinematografica e nei fans di tutto il mondo.

    “Perchè è bello essere fans di Ghostbusters? Perchè siamo fan dei fan!”

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